CHI SONO

Se quella domenica di maggio del '85 non avessi risposto a quella telefonata fastidiosamente mattiniera, oggi probabilmente non mi troverei a 38 anni con una impegnativa carriera politica alle spalle.

Consigliere comunale e regionale, assessore comunale e provinciale, due volte eletto parlamentare e componente del Consiglio d'Europa.

"Dammi solo qualche ora per pensarci su, sono appena le sette di mattina", così conclusi quella telefonata. Era Luigi Campanale promotore delle Liste civiche e Verdi in Puglia.
La stessa sera ero già per strada a raccogliere le firme per presentare la lista per il rinnovo del Consiglio Comunale di Bari e in quella lista c'ero anch'io.
Ero al primo impegno elettorale della mia vita e l'idea di far parte di quel gruppo di ecologisti ed ambientalisti che in Puglia aveva osato sfidare le lobbies del nucleare mi entusiasmava.
Ritrovai le ragioni dell'impegno politico e sociale che qualche anno prima avevo abbandonato dopo un'adolescenziale militanza radicale.

Il 2 settembre dell'85, appena ventiduenne ed unico eletto in una "lista" alternativa al sistema dei partiti, entrai nel Palazzo di Città per occupare lo scranno di consigliere. "Scusi non può entrare, questo ingresso è riservato ai consiglieri", fu l'accoglienza del vigile urbano di presidio all'ingresso del Municipio.

Furono gli anni delle battaglie contro la distruzione delle ville storiche, delle iniziative contro lo sperpero dei soldi per il mega stadio, della campagna "Green mission" (una raccolta differenziata di lattine per acquistare alberi), ma furono anche gli anni del mio servizio di leva militare.

Non era facile coniugare l'impegno politico con il mio lavoro all'Università e con il servizio militare.
Dovevo inventare le iniziative e preparare gli interventi, fare il militante e il dirigente, il segretario di partito e il capogruppo in Consiglio, il Presidente di Legambiente Bari, mantenere i rapporti con gli altri eletti verdi in Italia.
Insomma, una vita da pioniere nell'arcipelago verde!

Nell'86, con Alfonso Pecorano Scanio, consigliere comunale eletto a Salerno (eravamo gli unici eletti Verdi dell'Italia meridionale), andammo a Finale Ligure per firmare l'atto costitutivo della Federazione nazionale dei Verdi.
Con lo slogan "Nucleare, no grazie" e cavalcando l'onda emotiva della catastrofe di Chernobil, domenica 8 novembre '87 vincemmo con Mauro Paissan, portavoce del Comitato nazionale, il referendum sul nucleare e i Verdi finalmente diventarono una forza politica degna di attenzione nazionale.
Dopo cinque anni di impegno in Consiglio comunale alle successive elezioni del '90 decisi di continuare quella esperienza. Il risultato non fu esaltante per i Verdi ma fu incoraggiante per me. Dalle 285 preferenze del '85 alle 993 del '90. Niente male! Quel risultato mi consentì di essere confermato Consigliere comunale, ma soprattutto di conoscere la persona che avrebbe condizionato più di ogni altra la mia vita politica e il mio impegno: Enrico Dalfino.

Con il professore dall'esplosiva e coinvolgente carica umana e dalla chiara fama scientifica abbiamo vissuto in simbiosi per oltre un anno. Lui Sindaco, io Assessore all'Igiene e ai giardini, una vera sfida nella città più sporca e con meno verde in Italia.
Furono mesi di lavoro intenso dal recupero delle piazze storiche ai giardini sotto la muraglia, all'emergenza dell'arrivo in massa degli albanesi. Non potevamo non interpretare quel nuovo fenomeno migratorio con le lenti della solidarietà e dell'accoglienza.

Così, quando la nave VLORA con il suo carico di 18.000 disperati in cerca dell'America attraccò al molo foraneo di Bari durante la canicola agostana del 1991 criticammo aspramente la latitanza del Governo centrale e la scelta di rinchiudere gli albanesi nello stadio lager, tanto che il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiese la rimozione di Dalfino.

Intanto, la maggioranza si stava sgretolando e stava venendo meno quella tensione culturale, politica e programmatica che ad agosto del '90 sfidando i risicati numeri (solo 26 consiglieri su 50) diede vita all'Amministrazione Dalfino.

"A Vito, con il rammarico di averlo conosciuto tardi ma con la gioia di vivere con lui le stagioni dell'impegno in Consiglio comunale" così Dalfino vergò la mia lettera di dimissioni il 16 novembre del '91 nel tentativo di farmi recedere da quell'intento che avrebbe determinato anche la fine dell'Amministrazione.
Fui irremovibile, anche perché sapevo che non saremmo stati più in grado di bloccare quelle "selvaggerie urbanistiche" come il Porto turistico, Punta Perotti, Torre Cornosa.

Dopo meno di un mese nacque la nuova Giunta Mazzucca su un patto di ferro DC-PSI.
Intanto, io preparavo la mia candidatura alle elezioni politiche.
"Vito Leccese – Un verde in più una speranza in più". Le elezioni del 5 aprile mi portarono un successo inaspettato, oltre 5 mila preferenze.
Il 21 aprile, a 29 anni, varcai, non senza emozione, il portone della Camera dei Deputati e fui catapultato in un mondo più grande di me.

Con Stefano Apuzzo, deputato con il quale dividevo non solo il primato della giovane età, ma anche l'impegno animalista ed ecologista, abbiamo assistito in quella legislatura al crollo del sistema dei partiti, alla delegittimazione delle istituzioni politiche, alla nuova strategia della tensione con le bombe di Roma, Firenze e Milano e la morte di Falcone e Borsellino .

La legislatura durò solo 24 mesi, fu la più breve della storia repubblicana.
E così a marzo del '94 con il nuovo sistema elettorale, mi ritrovai candidato nel collegio n. 20 di Bari città contro un avversario temuto da tutti: Giuseppe Tatarella. La gara di Davide contro Golia . Il rappresentante del più piccolo partito della coalizione dei progressisti contro l'esponente più influente e temuto del Polo di centro-destra.
Fu così che Toti e Tata lanciarono lo slogan "Mentre gli altri sfilano gli assi, noi ci giochiamo il due di coppe".
Incrociando Massimo D'Alema, negli studi televisivi di RAI Puglia, mi disse "Vito, i progressisti ti saranno riconoscenti". E' inutile dire che non ne abbiamo più riparlato.
Persi quelle elezioni e mentre Tatarella diventò Vice presidente del Governo Berlusconi, io tornai al mio posto di lavoro all'Università.

Nel tempo libero continuai a fare politica, riorganizzai i Verdi su scala regionale e dopo "l'operazione speranza", con la quale la magistratura smantellò il sistema di potere politico-affaristico-malavitoso, rilanciai i Verdi come l'unica forza politica estranea a quel sistema di potere che in modo trasversale attraversava da destra a sinistra i partiti.

Le elezioni amministrative della primavera '95 rappresentarono il riscatto politico dei Verdi, ma anche la mia personale affermazione. Fui eletto contemporaneamente consigliere regionale, consigliere comunale e consigliere in alcune circoscrizioni.

L'anno dopo, il 9 maggio, vincendo nel collegio Gioia-Putignano, ritornai a Montecitorio, dove per 5 anni mi sono occupato di politica estera, di tutela dei diritti umani e garanzie democratiche, svolgendo anche missioni difficili di "osservatore internazionale" in zone di conflitto in Bosnia, in Albania, in Serbia, in Kurdistan, in Iraq.
Oggi sono Capo di gabinetto del Rettore dell'Università di Bari, Direttore generale di UPI-Puglia.